Fact Checking e Fake News (3)

Fact Checking e Fake News (3)

fake news e fact checking
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Promossi e bocciati

Il fact checking desta ovviamente qualche perplessità in chi crede in una rete libera e crede che l’educazione a una corretta lettura e interpretazione delle notizie da parte degli utenti sia la vera via maestra da perseguire per migliorare il web.

Nonostante queste premesse e i timori iniziali, il sistema elaborato da Facebook appare assennato. Prima di istituire la commissione sul fact checking, la compagnia con sede a Menlo Park aveva già ovviato parzialmente al problema con gli articoli correlati, tra cui la smentita alla notizia condivisa da qualcuno è quasi sempre stata presente. Il 6 Marzo 2017, sulla piattaforma americana del social per eccellenza è apparsa la prima notizia bollata come contestata. Nessuna censura dunque, ma l’icona rossa del “warning” seguita dall’avviso “disputed by”. Al momento i “contestatori” di cui si avvale Zuckerberg sono Snopes.com e Politifact. Le due agenzie in verità sono deputate alla verifica dei fatti, raccolgono la segnalazione della presunta bufala che può arrivare da membri della community o da un software apposito, effettuano delle indagini e infine marchiano la notizia. Questo procedimento lascia comunque liberi gli utenti di accedere alla notizia ed effettuare le proprie indagini qualora lo desiderino. Difficile al momento giudicare l’efficienza del metodo, capire quali saranno i collaboratori di Facebook negli altri stati e prevedere come gli utenti reagiranno, sia nel segnalare che alle segnalazioni. Al momento l’iniziativa non presenta controindicazioni, appare poco invasiva e non censura i contenuti. Per questo il fact checking di Facebook è promosso.

Il sistema elaborato da Google, inversamente simile, desta maggiori perplessità. Anche qui non c’è alcuna censura, ma un’etichetta di “fact check” che premia le notizie verificate nelle Google News, mentre le falsità non avranno alcuna etichetta. Anche in questo caso dovremo aspettare prima di vederlo in Italia, è attivo solo in USA e UK. Per quanto ne sappiamo con un algoritmo Google intercetta le notizie che sono state passate al vaglio delle agenzie di verifica e le premia con il suddetto marchio. È difficile ipotizzare che qualunque notizia fuoriesca in rete venga esaminata dai suddetti organi, per cui il metodo crea subito una disparità tra chi avrà la possibilità di esibire il bollino e chi no. Una bufala ha lo stesso peso di una notizia che semplicemente non è stata vagliata. Allo stesso tempo il bollino è un marchio DOC che fungerà da catalizzatore, premiando ulteriormente nel motore di ricerca quegli stessi siti che l’hanno esibito. E conoscendo l’azienda di Mountain View, un leggero odore di business già aleggia nell’aria. Anche perché Larry Page e soci potevano pensarci prima. Invece appare una strategia di immagine. D’altro canto essere i paladini della verità e dell’informazione fa piuttosto figo, così come esibire 120 organizzazioni sparse per il mondo deputate alla verifica delle notizie. La verifica dei verificatori la lascio a voi. Mi limito a segnalare tra i "fact checkers" di "Big G" l'associazione britannica FullFact, indipendente dalla politica, dall'editoria, nata spontaneamente e senza fini di lucro nonché tra i primissimi a esporsi. Pare che Google sia andata persino oltre bandendo da AdSense più di 200 tra siti web e blog considerati mendaci o fuorvianti, escludendo per loro la possibilità di percepire introiti dalla pubblicità. Non è chiaro su quali basi siano stati esclusi, chi sia deputato al controllo e a chi lo stesso controllore debba rendere conto. Questo tipo di azione, molto simile a un embargo, non ci piace al di là del fatto che sia stata eseguita con coscienza e a ragion veduta. Fact checking di Google rivedibile, al momento bocciato.

promossi e bocciati

In Italia quando si parla di censura o di mezzi di comunicazione su cui esercitare il controllo non siamo secondi a nessuno, memori di regimi che tutti stigmatizzano ma a cui in troppi nel nostro paese sembrano ispirarsi. E così mentre la rete cerca in qualche modo di autoregolamentarsi con i metodi sopracitati, lo stato prende la palla al balzo per cercare di metterci le mani sopra. Avrete capito che mi riferisco al DDL Gambaro che si propone di sanzionare con multe fino a 10 mila euro e reclusione fino a due anni chiunque pubblichi o diffonda in Internet, ma non su testate giornalistiche, «notizie false, esagerate o tendenziose» o si renda responsabile di «campagne d’odio». In soldoni, i giornali possono continuare a pubblicare notizie false, esagerate, tendenziose mentre il cittadino non può esprimersi o rischia di essere sanzionato se diffonde notizie mendaci riprese magari da una di quelle stesse testate giornalistiche. Ci troviamo di fronte al tipico caso italiano in cui persone che non conoscono la rete, buoni giusto a lanciare due hashtag Twitter, che ne ignorano le dinamiche e che non hanno alcuna competenza di settore, si arrogano il diritto di decidere l’uso che debbano farne gli altri. Speriamo di trovarci di fronte allo scemo di turno e non a un burattino messo lì a fare da capro espiatorio su un’idea sotto sotto condivisa da tanti. La risposta di chi col digitale ci vive fortunatamente non si è fatta attendere ed è unanime nel condannare lo scellerato disegno. DDL Gambaro bocciato e rispedito al mittente.

Conclusioni

Internet dà la possibilità di avere accesso a informazioni fallaci, ma anche alle smentite. Gira la bufala ma anche il parere della persona competente. Rispetto al passato c’è la possibilità di leggere tutte le notizie, sentire tutte le voci e potenzialmente avere un livello di comprensione molto più elevato. Imporre dei filtri significa in qualche modo censurare e uccidere lo spirito del web. Se gli utenti non son capaci di fare un uso corretto della rete, non conoscono la netiquette, non hanno educazione e cultura sufficienti, è su quello che bisogna lavorare. Molte notizie vere e fondate non sarebbero mai arrivate a noi senza la rete, basti pensare a Snowden o Wikileaks. Non possiamo rischiare di tornare indietro di 30 anni e portare di nuovo la televisione e le agenzie mainstream al centro dell'informazione, un’informazione passiva senza la possibilità di essere replicata. È un salto indietro che personalmente non voglio fare e che non credo di meritare. Sarebbe auspicabile invece che la scuola rispolverasse l’educazione civica aggiungendovi una sana e corretta educazione al web. Che la navigazione diventasse materia di studio fin dalla giovane età, visto che l’accesso a Internet avviene sempre più precocemente. In famiglie in cui ormai entrambi i genitori lavorano a garanzia del sostentamento del nucleo familiare, spetta ancor più alla scuola il compito di preparare alla vita i nostri figli e il web ne è parte integrante, persino in misura eccessiva.

About the author

Alessio Massidda is an Internet enthusiast since the web was born. Works in the field of communication by 18 years covering different roles. Today he is a creative director, UI/UX designer, copywriter, interested in marketing and branding. Loves traditional paper books, cinema, music, art and animals.

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