Dal cancelletto all' Hashtag

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Storia del simbolo

Il simbolo #, che in Italia chiamiamo vezzosamente cancelletto, sui social è comunemente riconosciuto come hashtag. Hashtag è una parola composta coniata solo di recente: infatti unisce i vocaboli hash (cancelletto) e tag (etichetta, meglio traducibile nel caso specifico come contrassegno). Siccome in un trapassato remoto tutto veniva inventato in Italia o al massimo in Cina, vogliamo provare ad arrogarci il merito di aver inventato noi il simbolo #. Nell’antica Roma infatti era piuttosto popolare un gioco chiamato “Terni Lapilli”, antenato del “gioco del tris”, di cui il cancelletto rappresenta perfettamente il campo di gioco. Non facendo parte della famiglia Angela mi è difficile dimostrare scientificamente questa teoria appena elaborata, però appare curioso il fatto che oltremanica il # venga comunemente chiamato “tick-tack-toe sign” riferendosi proprio al gioco sopracitato.

Per quanto l'origine legata ai "Terni Lapilli" abbia un certo fascino, la storia è decisamente più pragmatica e meno estrosa. Ma sempre a Roma ci porta. All’origine infatti ci sarebbe la lettera N maiuscola barrata orizzontalmente, che i Latini utilizzavano come abbreviazione di “numerus”. Negli States è tuttora utilizzato con la medesima accezione ed è chiamato “number sign”. Conosciuto anche come “pound sign” (dal termine sempre Romano "libra pondo") per indicare la libbra, spesso utilizzato in musica erroneamente per sostituire il diesis, tipografi ed editori lo intendono come “spazio”, mentre per i matematici indica la cardinalità nella teoria degli insiemi. In ambito tecnologico il suo nome è octothorpe e fu coniato nei laboratori scientifici Bell che studiavano già negli anni’60 i telefoni a tasti, sui quali i tecnici inserirono il simbolo per spedire istruzioni al sistema operativo del telefono. Da noi i tasti arrivano intorno alla fine degli anni’80 e nasce l’esigenza di dare un nome a quel simbolo che negli apparecchi a disco non esisteva. Octothorpe in Italia era evidentemente un nome improponibile, soprattutto se la nonnetta al telefono è un target da raggiungere. Non c’è dato sapere chi ha deciso di chiamarlo cancelletto, ma possiamo presumere che il termine sia stato coniato o da un genio della comunicazione o da una segretaria in difficoltà o dal figlio di qualche dirigente della SIP (odierna Telecom).

Hashtag, non trashtag

Passeranno quasi 20 anni prima di arrivare a quello che sui social indica indiscutibilmente un hashtag. Ma come accennato all’inizio senza un ”tag”, il cancelletto rimane un “hash” senza alcuna peculiarità. Cosa significa? Significa che a monte ci deve essere una volontà da parte degli sviluppatori affinché il cancelletto funga da contrassegno per un determinato elemento. Una piattaforma web, un’applicazione o magari un software, devono essere appositamente configurati per individuare tutti gli elementi di un testo preceduti dal #. Nei social i post delle persone che utilizzano un determinato vocabolo preceduto dal # vengono riconosciuti e agglomerati in una pagina. Chiunque clicchi sull’hashtag viene collegato direttamente alla succitata.

Anche se l’avete scoperto l’altro giorno con Instagram, l’hashtag è stato introdotto quasi 10 anni or sono. Il primo hashtag lo introduce Chris Messina nel 2007 su Twitter, dando vita a un modo tanto semplice quanto efficace di indicizzare gli argomenti. Facebook introduce gli hashtag solo nel 2013, a distanza di un anno dall’acquisizione di Instagram. E come sovente accade la situazione sul social per antonomasia vi è sfuggita di mano. Su Twitter gli hashtag funzionano bene. Vuoi perché hanno preso vita lì, vuoi perché il numero di caratteri è limitato, vuoi perché la tipologia dell’interazione è basata su quello (oltre a insultare i personaggi famosi), gli utenti hanno sempre cinguettato con senno. Su Facebook e Instagram invece il delirio.

trashtag

Innanzitutto è bene sapere che inventare un hashtag non è una buona idea a meno che non siate personaggi popolari nella vita o di spicco sul web, cioè dei web influencer (probabilmente ne parleremo in futuro). Se i vostri post non sono pubblici ma visibili solamente dalla vostra cerchia più o meno ristretta di finti amici praticamente non ha alcun senso. Meglio dire la vostra su un argomento caldo che qualcuno avrà già “hashtaggato”, ricordando di rendere il post pubblico se è nel vostro interesse interagire con altri utenti. Se per un qualche oscuro motivo vi venisse la malsana idea di idearne uno, ricordatevi che lo spazio e la punteggiatura interrompono l’hashtag. Fate in modo dunque che sia composto da una sola parola o, qualora siano molteplici, adoperate la buona prassi di scrivere in maiuscolo le iniziali (es. #TitleCase) o separarle con l’underscore (“_”) che è ammesso. Ricordate che si chiama hashtag e non trashtag. Cosa significa? Significa che la funzione naturale dell’hashtag è quella di raccogliere post, foto, commenti riguardanti un particolare argomento. Il numero di hashtag in un post dovrebbe pertanto essere compreso tra 1 e 2 (statistiche alla mano) e comunque non supearare i 3 . Pensavate di essere strafighi con i vostri 15 hashtag per foto? Mi spiace ma non lo siete, anzi. Meno siete specifici nella vostra ansia di apparire dappertutto, meno siete interessanti e credibili. 

Post scriptum: su Instagram rimanere sotto i 3 hashtag è una missione quasi impossibile. Un utilizzo consono e moderato, focalizzato sugli hashtag pertinenti ed eliminando quelli superflui e generici, resta ad ogni modo la pratica migliore da seguire.

About the author

Alessio Massidda is an Internet enthusiast since the web was born. Works in the field of communication by 18 years covering different roles. Today he is a creative director, UI/UX designer, copywriter, interested in marketing and branding. Loves traditional paper books, cinema, music, art and animals.

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